“Violenti non si nasce, si diventa!”

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Violenza di branco: processi e dinamiche.

La violenza di gruppo sta diventando un fenomeno ormai frequente e dilagante, le dinamiche che li determinano presentano  caratteristiche differenti rispetto a quelle esercitate da un singolo verso un altro individuo.

Il motore della violenza delle aggressioni individuali risulta essere l’impulso sessuale, espressione della problematicità e difficoltà del soggetto che compie tale violenza; per il singolo individuo essa risulta essere la manifestazione di un impulso e il desiderio di sperimentare le proprie fantasie perverse

Viceversa, uno stupro di gruppo nasce da dinamiche più complesse che non si “limitano” all’elemento sessuale.

Il singolo membro del gruppo, spesso persona apparentemente integrata, sia da un punto di vista sociale, che sessuale, manifesta una marcata “cultura del cameratismo”, dove senso di colpa e vergogna sono rimossi per fare spazio al senso del perverso e della devianza.

Questa forma di violenza risponde alle dinamiche delle bande giovanili, in cui il singolo non solo muove un’azione verso la vittima, ma lo fa interagendo pienamente con i compagni.

Il gruppo risulta entità unica, animata da un moto di arroganza e perversione. Alcune esperienze dimostrano che i processi che si attivano in tali contesti gruppali, sono frutto della rivalità tra i membri che induce a mostrare sempre di più le proprie “prestazioni”, come modalità di intrattenimento comune (Bijleveld et al., 2007), facilitando l’attivazione di un sentimento di anonimato, di perdita di identità personale e di responsabilità, oltre che una crescente deindividuazione (Goldstein, 2002; Krahe, 2001).

L’azione violenta diviene, per ogni singolo membro, la strada per esprimere il proprio potere, delineare il proprio status all’interno del “branco” e accrescere la reputazione. Gli occhi dell’altro danno forza all’azione, portano ciascun membro a sentirsi sostenuto, divenendo più pericoloso, spavaldo e aggressivo. Chi commette queste violenze non ha la capacità di provare empatia nei confronti dell’altro, spesso affetto da un disturbo di personalità. Nel gruppo emerge, quindi, un’anima collettiva che porta con sé un diverso modo di fare, sentire e agire rispetto a quello individuale (Bijleveld et al, 2007).

Una delle modalità di estrinsecazione della violenza di gruppo è quella perpetrata contro le donne, cosiddetta violenza di genere. La prima riflessione da fare si riferisce al ruolo dei media che prospettano ogni giorno atteggiamenti e modalità violente, nonché sessualizzate. Oggi assistiamo al paradosso che mentre tutti sono contro la violenza verso le donne, la violenza nei media raggiunge vertici mai visti. Tutto è sessualizzato dalla pubblicità del gelato, alla gravidanza, alla moda infantile.

Ancora la donna viene considerata oggetto e, nei casi di stupro, viene privata della sua umanità. Purtroppo, la violenza di genere trova terreno fertile in una cultura che ancora mitizza la superiorità maschile, contrapponendola alla inferiorità femminile. Tale forma di violenza affonda le radici in modelli e pratiche che riguardano le relazioni, in particolar modo su quelle che si sviluppano all’interno delle mura domestiche. Oggi l’uomo, attraverso la violenza, rincorre un potere patriarcale che non ha più e mira al possesso della donna come emblema di questo potere.

Le nuove generazioni andrebbero aiutate a comprendere le conseguenze delle azioni violente e prevaricatrici, la differenza tra il bene e il male, invece purtroppo si indulge in atteggiamenti di eccessivo  permissivismo. La mancanza di modelli di comportamento funzionali, l’incoerenza tra insegnamenti e comportamenti determinano una distorsione dei rapporti familiari che, se non canalizzata attraverso interventi psicoeducativi,  sfocia in episodi di violenza, a volte letali.

Nell’affrontare il problema della violenza si sottovaluta la dimensione socioculturale su cui si innesta, e che oggi si nega costantemente. “La violenza ridotta a questione da denunciare a problema da risolvere, a fenomeno su cui intervenire, non dice nulla di sé…..La violenza contro le donne è espressione di modelli e pratiche che riguardano le relazioni. A volte non è la politica che non sa cambiare ciò che ha intorno: è la politica stessa che non vede o resiste al cambiamento”. (Claudio Vedovati “Il lato oscuro degli uomini”).

La violenza va esplorata come uno strumento di conoscenza della storia del genere a cui apparteniamo e nelle infinità di forme che può assumere. Oggi la violenza è la rincorsa al potere che non si ha più. E’ cambiato il paradigma. Oggi la persona di cui ho bisogno è un mio possesso. Il possesso è il potere mai avuto. Dalle ricerche emerge che l’83% degli uomini violenti sono stati vittime o testimoni di violenza da bambini e che il 40% di coloro che subiscono abusi tende a infliggerne. La violenza verso la donna è sempre stata depenalizzata. Prima degli anni 70 non c’era una denuncia, ma ancora oggi il 90% delle violenze non viene denunciato.

La violenza costituisce una modalità inadeguata di gestire gravi stati emotivi a livello personale e relazionale. La capacità di pensare si costituisce solo quando la madre, dando un senso alle comunicazioni al bambino, porrà le sue basi. Per concludere, la prevenzione deve iniziare dal sostegno alla coppia genitoriale e non dai soli centri antiviolenza. E’ come per i disastri ecologici che colpiscono puntualmente il nostro paese. I danni irreparabili, le morti, le sofferenze, i costi quintuplicati, sono solo il frutto di una mancata prevenzione (Aurora Morelli)

Il genitore non sempre trova il tempo per la cura emotiva e sentimentale, non riservando più la dovuta importanza ad uno scambio culturale tra le generazioni. Sarebbe importante ricreare una cultura dell’infanzia in cui il bambino viene visto nel suo ruolo dipendente, ma anche nelle sue potenzialità e necessità di differenziazione.

Noi nasciamo in uno stato di pre-maturazione che ci rende dipendenti dalla protezione fisica ed emotiva di chi si prende cura di noi. Solo il genitore che sa adattarsi alle differenze dell’infanzia permette al piccolo un corretto sviluppo e al futuro adolescente di proiettarsi nella realtà esterna attraverso gli obiettivi che vuole conseguire. Al genitore è stato tolto il tempo per la cura emotiva e sentimentale, ed è venuta meno la trasmissione culturale tra le generazioni. Quando ciò accade, il Sé immaturo del bambino subisce un trauma, una frattura, e quell’esperienza non potrà essere riparata dal pensiero. In questa tendenza all’agire c’è un tentativo disperato di difendersi da un’angoscia-impensabile. Il mancato riconoscimento porta a una identità che sarà caratterizzata dal dominio o dalla sottomissione. Il dominante si sente soggetto solo se si confronta con un oggetto posto sotto il suo controllo onnipotente. La relazione sadomasochista ne è l’esempio più eclatante. Dietro lo stalking c’è il trauma di abbandoni precoci che hanno comportato l’introiezione di vissuti intollerabili.

Dunque, assumendo un’ottica preventiva, è importante porre l’attenzione alle prime società naturali che il bambino si trova a vivere, cioè la famiglia e la scuola, cercando di delineare le caratteristiche contestuali in cui la violenza ha un esordio. Questo perché è importante non perdere di vista che “Violenti non si nasce, ma si diventa!”. Affinchè un individuo cresca sano è necessario che il contesto di appartenenza sia capace di riconoscere e dare risposta ai suoi bisogno primari, sia fisici che emotivi. Il soddisfacimento dei bisogni primari permette all’individuo di non sperimentare disagi, conflitti ed eccessive frustrazioni, aumentando il senso di efficacia, sicurezza e benessere. Dinamiche negative vissute nel contesto familiare e ambientale (oltre che nella relazione con la figura materna), prevedono l’assenza di una risposta adeguata a tali bisogni primari e inducono allo strutturarsi di schemi maladattivi precoci.

 

È possibile distinguere quattro tipi di esperienze che favoriscono la formazione di detti schemi nell’età infantile:

  • Frustrazione dei bisogni primari: affetto, riconoscimento, senso di appartenenza.
  • Trauma e maltrattamento: il bambino sviluppa degli schemi del tipo Sfiducia/Abuso o Inadeguatezza/Vergogna o Vulnerabilità, in quanto viene ferito emotivamente o maltrattato
  • Il bambino riceve troppe attenzioni: divenendo coccolato, viziato che innescano eccessive manifestazioni di stima o elevate aspettative, verosimilmente disattese che. Quindi, svilupperanno schemi di dipendenza/incompetenza o pretese/grandiosità.
  • Il bambino si identifica con un familiare, per cui introietta i pensieri, le emozioni, le esperienze e i comportamenti di uno specifico genitore

A ciò vanno associate altre situazioni che possono influire sulla strutturazione degli schemi, influenzando progressivamente il bambino nella crescita: ambiente scolastico, gruppo dei pari, amicizie, condizionamenti sociali.

Dunque l’azione preventiva deve mirare al sostegno del ruolo genitoriale, nonchè alimentare una cultura di genere rivolta ai più giovani.

Nonostante i numerosi interventi normativi, succedutisi negli ultimi anni, il rischio di una inversione di rotta nella lotta contro la violenza, ci impone di non abbassare la guardia. Purtroppo, la violenza di genere trova terreno fertile in una cultura come la nostra che ancora mitizza la superiorità maschile contrapponendola alla inferiorità femminile. Per contrastarla è sicuramente necessaria una efficace tutela repressiva, ma non basta, perché essa interviene solo a posteriori, dopo che la violenza si è consumata. Fondamentale pertanto è la diffusione capillare senza selezione alcuna di destinatari, di una cultura di genere, attraverso politiche quotidiane e continue – e non solo in occasione e a ridosso della giornata internazionale sulla violenza sulle donne – di formazione e informazione, rivolte soprattutto alle giovani generazioni, quindi alle scuole, e alle famiglie, primi nuclei di società naturale. In questi ultimi anni i processi per violenza di genere sono esplosi nelle aule dei tribunali e anche i giornali e i telegiornali nelle notizie di cronaca quotidiana non sembrano saper parlare d’altro, con un’attenzione, talvolta, quasi morbosa.

Del resto, a livello legislativo, solo nel 2009 è stato introdotto il reato di atti persecutori di e fino a pochi anni fa il nostro ordinamento legittimava istituti che favorivano la violenza all’interno delle mura domestiche: si pensi allo ius corrigendi attribuito, da un articolo del c.p., al marito nei confronti della moglie e dei figli, che comprendeva anche la coazione fisica, e negato solo nel 1966 da una pronuncia della S.C.; al reato di adulterio che il cp prevedeva solo per la donna, dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte cost. solo nel 1969; alla riforma del diritto di famiglia che risale al vicino 1975, che ha abbandonato la concezione di famiglia patriarcale e riconosciuto la parità tra moglie e marito, fino ad arrivare all’ultima riforma dello scorso anno che al concetto di potestà ha sostituito quello sicuramente più giusto e moderno di responsabilità;  al matrimonio riparatore, eliminato solo nel 1981; al reato di violenza sessuale, che solo nel 1996 è stato riconosciuto come delitto contro la persona e non, invece, contro la moralità pubblica e il buon costume.

Oggi abbiamo tre fonti normative, tre interventi legislativi che si sono susseguiti in soli 4 anni. Il primo del 2009, che ha introdotto il reato di stalking colmando in tal modo una lacuna legislativa che non si riusciva a coprire ricorrendo ad altre fattispecie incriminatrici come i maltrattamenti in famiglia, minacce, lesioni, molestie, ingiuria e diffamazione. I due interventi del 2013 hanno rafforzato le tutele per la persona offesa aumentando la pena del reato, modificandone le aggravanti  e introducendo anche misure preventive come il piano d’azione straordinario. Anche la giurisprudenza ha applicato la nuova normativa interpretando estensivamente taluni elementi costitutivi della fattispecie in modo da far ricadere sotto la sua copertura il maggior numero possibile di casi concreti (E’ recente  la sentenza che ha riconosciuto la configurabilità del delitto di stalking anche nel caso in cui manchi un legame affettivo tra vittima e carnefice). Anche la Consulta con una sentenza del giugno scorso ne ha salvato l’esistenza respingendo la questione di legittimità costituzionale che era stata sollevata con riferimento al principio di determinatezza della fattispecie penale. Tuttavia non bisogna adagiarsi sugli allori.

6 gennaio 2017

La violenza contro le donne è un fenomeno più ampio di quello che si creda. Sei milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subito stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

Le donne straniere hanno subito violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane che corso della vita. La violenza fisica è più frequente fra le straniere ( 25,7% contro 19,6%) mentre quella sessuale è più frequente tra le italiane ( 21,5% contro il 16,2%).

Questo sondaggio fatto dall’Istat nel 2014 è a dir poco allarmante e in questi anni il fenomeno si è accresciuto maggiormente.

Alla luce di tutto quanto, il mio invito, per tutti, è continuare ad essere vigili, attenti, non dando per scontati i risultati raggiunti, ma al contrario continuando a difenderli, giorno dopo giorno, per scongiurare il rischio di trovarci davanti ad inaspettati e deludenti passi indietro da parte delle istituzioni, e investendo soprattutto nelle politiche di prevenzione, le uniche vincenti in un’ottica di lungo periodo.

 

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Docente e supervisore Istituto A.T Beck Roma e Caserta
Conduttrice gruppi DBT adulti e adolescenti
Consulente tecnico d’ufficio per trauma neglect e abuso
Responsabile ambulatorio psicopatologia ospedale Buonconsiglio Fatebenefratelli Napoli