Tony Afeltra: Umano troppo umano

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La vita artistica di Tony Afeltra è fatta di una intensa attività di ricerca, che corrisponde ad un segmento produttivo fecondo del concettualismo e del poverismo a tutto tondo quando l’artista si esprime con la tridimensionalità, mai scontata, intesa come contaminazione del linguaggio visivo in tutte le sue fasi di estensione con tutti i media legati all’autoreferenzialità materica, oppure ad una referenzialità espressiva, ma sempre sconfinanti con la visibilità, con la scritturalità, con la propria immagine offerta alle brame di una composizione esistenziale. Il suo punto di osservazione è sempre poetico, con valenze legate alla presenza o all’assenza della forma, assunta sempre come ambiguità persistente, sia quando si mostra come potenzialità costitutiva, oppure quando si nega in una superficie dell’assenza, come nel caso delle superfici informali, che subito dopo vengono proposte in una dialettica tra tabula rasa dei significati ed esplosione del limite oggettuale del concetto combinatorio.

Nel Tony Afeltra pittore si trovano come conspiratio oppositorum sia il pittoricismo di Mario Sironi e il gestualismo di Emilio Vedova, così come l’impressione di Pollock e l’esasperazione di De Kooning, ma anche il filtro di un enigmatico Pench, nell’ambito di quella temperie agonistica, tutta germanica, tra nuovi selvaggi e nuovi ordinatori, consumandosi nel dramma e nella tensione di una nascita, di una rinascita artistica, dove si aggirano le suggestioni di Markus Lupertz e di Hermann Albert, di una stagione forte, di protagonismo, che impone un immaginario e diventa un regolatore dei mercati, che diventano volenti e nolenti, la cartina di tornasole, del successo.

L’opera di Afeltra si compendia in una narrazione dell’impossibile ritorno ad una pittoricità piena, come era stata, ancora, possibile, nel campo di battaglia delle avanguardie storiche e del dadaismo, ma dopo il crinale degli anni Cinquanta, non più, anche per il passaggio della pop art che ha reso irriconoscibile un prima e un dopo, come solo raramente è avvenuto nel corso della storia. In tutta l’opera di Afeltra, c’è un grande tocco unificante che è dato dalla sua personalità, che fa da filo rosso di tutte le esperienze rapportandosi con una relativa diversità, che a volte non è tanto relativa, ma è forte, dimostratrice di una volontà catartica, quindi tendente ad una assolutezza, che è tipica dei momenti caldi dell’arte, quelli che si riempiono di romanticismo, di qualità espressiva, prima di pensare ai contenuti, alle espressioni numeriche che presiedono alla costruzione della forma.

Una sensibilità artistica incardinata in un movimento di ritorno alla pittura, che era stata messa in ombra dai concettualismi degli anni Settanta, tutti compresi da un residuo di cultura sessantottina, ma ancora forte, di contestazione al mercato e alla compromissione col capitalismo, chiamato imperialismo, mentre molti speravano nel maoismo e in tutto ciò che negava l’occidente e i suoi valori, compresa la sua socialdemocrazia e una tensione sperimentatrice, il cui indubbio valore culturale era spesso triturato da una banale ed analfabeta accademia della contestazione. Di colpo, tutto l’underground della pittura, del disegno, della scultura ebbe la pensata di risollevare la testa, non già per contrapporre dogmatismo a dogmatismo, ma per segnare una terra condivisa dove tutti, i diversi, possono stare, senza sentirsi stranieri o tollerati. In Germania viene l’era di selvaggi e ordinatori, mentre in Italia scendono in campo tante diversità, dalla transavanguardia ai nuovi futuristi, dai nuovi nuovi ai citazionismi dell’arte colta, della nuova maniera, con la riapertura di un dibattito culturale, che tende a perdere, la sua valenza anche terroristica degli anni Settanta, per acquisirne una sua propria, non solo di arte fatta ad arte, ma la cultura dell’arte che parla del sistema dell’arte e bisogna dare atto ad un gruppo di protagonisti, come Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Maurizio Calvesi, di avere dinamizzato la scena, sapendo mettere in questioni anche opinioni consolidate ed anche se stessi.

 

Un registro compositivo e un temperamento cromatico da grande autore, quelli di Tony Afeltra, di attraversatore di un tempo da caos, più che da lupi, sapendone cogliere gli umori profondi e la sostanza formale.

 

Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte