Malik al-Wasty: la voce della poesia araba in esilio

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Malik al-Wasty, conosciuto in Italia con il nome (Abrah Malik), è un poeta iracheno appartenente alla fertilissima generazione degli anni Settanta. Nato a Baghdad nel 1955, ha lavorato come giornalista per varie riviste irachene. Ha pubblicato la sua prima raccolta poetica intitolata Vesti di ghiaccio nel 1978, ma agli inizi degli anni Ottanta, a causa soprattutto delle gravi condizioni politiche in cui versava il suo Paese, si vide costretto a lasciare l’Iraq insieme a molti altri letterati ed artisti per stabilirsi definitivamente in Italia.

Nonostante il lungo soggiorno in un paese europeo, Malik al-Wasty non ha mai reciso del tutto i contatti con la cultura e la civiltà araba. È riuscito, infatti, a riabbracciare l’amata Baghdad, anche se per pochi giorni, mentre nel 1997 si è recato in Tunisia per presentare la sua seconda raccolta poetica intitolata Le stagioni della gioia e della tristezza. Ha svolto anche diversi lavori di traduzione sia dall’italiano all’arabo che viceversa; dall’italiano è doveroso citare la traduzione del testo Le Ragioni dell’Etnostoria di Aurelio Rigoli; dall’arabo ha tradotto alcuni importanti componimenti dei pionieri della poesia moderna irachena, come Badr Š…kir al-Sayy…b, al-Bayy…ti e ‘Abd al-Wahh…b. Ha dedicato, invece, la terza raccolta poetica Uccelli che migrano all’ombra ai suoi più intimi amici, per la maggior parte scrittori ed artisti iracheni

In alcuni articoli pubblicati in lingua araba, Malik al-Wasty esprime la sua singolare concezione della poesia: “La poesia non può e non deve essere circoscritta al racconto di un avvenimento storico o alla narrazione delle faccende di vita quotidiana. La forma poetica è molto di più, incarna il desiderio umano di poter plasmare una nuova entità governata esclusivamente dalla bellezza sia spirituale che intellettuale, oltre che dalla creatività del poeta stesso”.

Leggendo le sue composizioni poetiche si ha come l’impressione che la distanza materiale venisse in qualche modo annullata e la geografia di conseguenza venisse trasformata in un luogo immaginario, riflesso soltanto nelle onde del mare. Come se i suoi occhi potessero arrivare fino ai limiti della Terra e fissare l’azzurro purtroppo inquinato del cielo per poter scorgere un angolo sicuro in cui mettersi al riparo dalla morte. La sua è anche la poesia del sofferente esilio, in cui tutto ciò che vede altro non è che la terra in cui è costretto ad errare, senza alcuna chance di rivincita o di riscatto sociale.

L’obiettivo di tutta la costruzione artistica è sicuramente quello di trasmettere un senso di malinconia, un’intensa tristezza che accompagna l’autore fin dalla sua prima infanzia, nel mondo che ha nutrito le sue prime passioni all’ombra delle palme di Bassora, inebriato dall’odore del pane fatto in casa ed immerso nella melodia della pioggia sui tetti arrugginiti delle baracche. Il poeta iracheno attraverso i suoi componimenti ci presenta un mondo intriso di solitudine e abbandono, nonostante l’opulenza, la ricchezza ed i divertimenti che il mondo dell’esilio potrebbe costantemente offrirgli.

Stilisticamente c’è da aggiungere che il poeta è rimasto sempre fedele allo schema metrico classico della poesia araba, pur riconoscendo e rispettando una corrente poetica innovativa basata su schemi ritmici ed un repertorio di immagini del tutto differente. Si tratta di una tendenza artistica alternativa che presuppone anche una concezione diversa delle relazioni sociali, ma il poeta Malik al-Wasty ha preferito non tralasciare ciò a cui è stato educato fin dalle sue rime giovanili. Egli è rimasto fedele ad una struttura poetica molto ricercata, alla dolcezza del canto che si fonde col tema della nostalgia che lo accompagna come un’ombra, alla brama di immergersi costantemente nei profumi di Baghdad e di Bassora ed al tentativo di superare una crisi di valori che avvolge tanto il microcosmo quanto il macrocosmo.

Tuttavia, posso affermare che tradurre un poeta iracheno della seconda metà del ventesimo secolo è un compito non privo di difficoltà. Sia il linguaggio che le costruzioni adoperate da Malik al-Wasty presuppongono una profonda conoscenza non solo della lingua ma anche del concetto tradizionale di poesia presso gli arabi. Fin dall’età preislamica, lo stile poetico di questo popolo si caratterizza per una costante ricerca di assonanze sia all’interno dei singoli versi che nella parte finale di questi, innestando in questo modo un complesso sistema melodico, un vero e proprio meccanismo ad ingranaggi in cui ogni singolo verso sembra indissolubilmente legato sia al precedente che a quello seguente.

La resa in italiano di componimenti poetici provenienti da un mondo che per certi aspetti sembra così lontano ma per altri resta così simile a quello della riva settentrionale del Mediterraneo non è solo un semplice lavoro di traduzione, poiché si tratta di una vera e propria attività di mediazione culturale.

Purtroppo nella traduzione non è stato sempre possibile ricreare la stessa dialettica di rimandi sonori presenti nei componimenti in lingua originale, l’obiettivo primario, quindi, è stato quello di riuscire a trasmettere, secondo la nostra forma mentis, tutto ciò che al poeta premeva esprimere, mantenendo un registro linguistico quanto più conforme possibile con le tonalità di nostalgia e a tratti di cupo pessimismo tipiche di un uomo di lettere in esilio ormai da più di cinque lustri.

 

R. Manna