L’alta moda romana di Gianni Molaro

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L’alta moda è per Gianni Molaro la macchina della vita, intorno ad essa e attaccato alle sue infinite trame, si svolge l’accedere delle ore e dei giorni, in una perenne lotta del desiderio, di soddisfarsi, sapendo, antropologicamente, che il suo gioco radicale, ontologico, sconfina con le pulsioni profonde, che appartengono all’istinto di conservazione e di repulsione, per tutto ciò che è suo apporto, disfacimento, dissipazione, perdita del , dell’es, del super io, della morte, insomma, che è la perdita di tutto, per cui moda/Molaro (da oggi la nuova collezione in via del Babuino a Roma) vuol dire gioia e dolore, mescolati insieme, in estasi e tormento, eterni.

Al suo corteo cui sono tutti, belli e brutti, giovani e vecchi per prendersi la propria parte di festa, la propria porzione di godimento, portandosi dietro l’epigrafe del proprio narciso, attaccata alle dionisiache corone di fiori carnosi, umorali, come un’insegna, che indica innamoramento, passione, delirio, dolore: perché il suo percorso è sempre ripido, in salita e si può precipitare in ogni momento, anche quando si sfiora il culmine, l’estasi di un attimo e s’incontra Sisifo, che non si ferma mai che sale, sale, ma poi scende, scende.

Dal culmine estremo, che tocca la lama del cielo, al profondo abisso, Molaro, sprofonda, tocca la quiete dell’infero, tra celebrazioni poetiche, coribanti e bacchiche, con demoniache sacche di bile, urla di donne mediche, lupi mannari, in un vortice caotico che chiama a sé la bellezza e il sublime, incatenandoli, sicché  non c’è mai chiarezza e distinzione ma un uno tutto.

Eros negli abiti di Molaro guarda al mondo  attraverso le variazioni fantastiche derivate dal suo stesso corpo, che preso a modello di rappresentazioni che ne colgono la più intima nudità, in una connotazione di fasi artistiche, che traggono dal disegno i momenti della leggerezza, della sottrazione essenziale, portata ad una successiva rarefazione, quasi astratta, in cui i movimenti e le flessuosità, diventano le linee di una geometria curvilinea che tende all’armonia. Sono teorie, ritratti, rivelazioni istantanee, senza dubbio, ma sono il risultato, sempre aperto, di una visione tonale e plastica, in cui la memoria è di continuo alimentata da un grande specchio metaforico, che modula, inquadra, gioca sul particolare, suggerisce prove tecniche, del generale, di sfumature concettuali e colorazioni immaginarie, che diventano soggetto altro, di forme del contenuto, tanto vicino e conosciuto, quanto lontano e ignoto.

L’artista, l’attore, il poeta, parla, scrive, dipinge, disegna, sogna, delira, non necessariamente in questo ordine, di tutto ciò che incrocia al suo passaggio visivo, al suo desiderio di manipolazione, in moltiplicazione, fragmenta, coloriture, che diventano, un cifrario, un linguaggio, espressivo, emozionale, da cui scaturisce ogni unicità, dovuta ad un fermo immagine, che è tutta una narrazione. La dimensione sensuale è assicurata dal modo in cui la stesura statuaria, iconografica, che racconta una storia umanistica del corpo, del nudo, dell’anima, della decorazione, non già come meccanica e come visibilità integrale, ma come teatralità che si offre con tutto il suo candore, con tutta la sua malizia. Un attraversamento poetico, degli attraversamenti creativi e delle trasversalità linguistiche, in tutta la sua smisurata mimesi tecnica, crea un effetto straniante a spirale, per cui l’eros, certamente, è intuibile, riconoscibile, totale, ma è altro, è tabula in cui inscrivere una fabula desiderante, in ritmo, in armonia.

Lo sguardo lungo e inesorabile di Molaro, che guarda all’eterno femminile, come geneticamente culturale e complessità espressiva, in senso fisico, assolutamente fisico, ma storico, assolutamente storico, dal punto di vista dell’emozionalità fantastica e della rappresentazione visiva, specialmente in quest’ultima fase della sua produzione, che lo ha fatto diventare testimonial di tutto, ma proprio di tutto, a causa (o grazie) all’emozionalità che, investendo le molecole più recondite dell’io e del noi, condiziona ogni atteggiamento nei confronti dell’altro. La donna, specchio estetico dell’umanità, è soggetto-oggetto, nel senso che vive all’interno dell’abito, come in un secretum, mostrando vera spontaneità che è quella dell’essere con sé stessi, del piacersi, del guardarsi, dell’immaginarsi, ma anche la spettacolarità del piacere, del guardare, dell’immaginare, in una dialettica, che è della natura, che è della cultura, in un limpido, in un torbido, di una trama combinatoria che prevede scampo, che prevede riparo, facendo parlare il respiro, il calore, l’assopimento, come regno, come voluttà.

Pasquale Lettieri