La Sindrome di Stendhal: l’arte e i suoi turbamenti

- By - - In Senza categoria

Quando siamo davanti al “bello”, a quello che noi consideriamo la perfezione, il nostro sistema nervoso inizia ad inviare impulsi veloci a tutto il nostro corpo, ci sentiamo eccitati, confusi, rapiti… è così che il nostro cervello può subire una sorta di sovraccarico capace di mandarci in tilt.

Nel 1817 Marie-Henri Beyle (Grenoble, 23 gennaio 1783 – Parigi, 23 marzo 1842), scrittore francese meglio noto come Stendhal, descrisse il profondo turbamento che provò mentre visitava la chiesa di Santa Croce a Firenze: fiato corto, battito accelerato, veritgini e sensazione di svenimento.

La “sindrome di Stendhal” conosciuta anche come sindrome di Firenze, è uno stato psicosomatico transitorio, di carattere così acuto da mandare il nostro sistema nervoso in black out, tale fenomeno è tanto violento da sopraggiungere all’improvviso, ma risulta tanto potente quanto di breve durata.

Conosciuto in tutto il mondo per i romanzi “Il rosso e il nero” (1830), “La certosa di Parma” (1839), uno dei suoi più grandi amori fu l’Italia ed il suo patrimonio artistico, storico e culturale, un luogo dove visse a lungo, proprio per  apprezzarne meglio il patrimonio storico-artistico e per potersi immergere nell’atmosfera culturale del nostro paese. Nel libro “Roma, Napoli, Firenze”, una raccolta di ricordi e impressioni. Un diario di viaggio appassionato e completo dei suoi ricoedi e delle sue emozioni, Stendhal descrive gli effetti di questa strana condizione psicopatologica da lui stesso provata al cospetto delle immense opere di Caravaggio e di Michelangelo:

“Ero già in una sorta di estasi, per l’idea di essere a Firenze […]. Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione al cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo con il timore di cadere… ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati… ebbi un battito del cuore, la vita per me era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

Questa sindrome può presentarsi di fronte a quelle opere d’arte che risultano particolarmente evocative per il soggetto che le guarda, legata anche ad aspetti claustrofobici, chi ne è colpito sente il bisogno di allontanarsi, di cercare aria e di cercare un contatto con la realtà. Chi ne ha sofferto descrive queste “crisi” come vere e proprie allucinazioni in cui ci si sente inglobati dall’opera d’arte, come si si riuscisse ad entrare nella cornice dell’opera e se ne restasse intrappolati.

A definire e tematizzare la sindrome di Stendhal fu la psichiatra Graziella Margherini, responsabile del servizio per la salute mentale dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Firenze, che descrisse per prima questa patologia nel suo libro “La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte” (1979).
La Margherini aveva osservato diversi turisti ricoverati dopo aver avvertito un malore all’uscita dagli Uffizi. Erano in genere di età compresa fra i 25 e i 40 anni, di sesso maschile, provenivano dall’Europa Occidentale o dal Nord-America, viaggiavano da soli e avevano un buon livello di istruzione. La sindrome di Stendhal poteva erroneamente essere associati alla sintomatologia tipica degli attacchi di panico, ma la differenza sostanziale era il motivo scatenante, un’attivazione acuta del sistema nervoso di fronte ad una bellezza considerata irreale.

Sigmund Freud parla di “Perturbante”, come di qualcosa di estraneo e familiare nello stesso tempo, come qualcosa di vissuto e di immaginato, e tutto questo è chiaramente visibile nei sintomi della sindrome di Stendhal, un turbamento che riesce a toccare conscio ed inconscio nello stesso istante.

Quando si parla di arte non si può non parlare di risonanza emotiva, ogni opera, che sia essa architettonica, pittorica, scultura o altro, provoca nell’osservatore una reazione più o meno profonda, a seconda di quanto quell’opera si avvicini ai ricordi e al mondo interno della persona. Così come l’amore vero nasce solo in presenza di quell’unica persona in tutto il mondo capace di toglierci il fiato, l’arte parla al nostro inconscio, rendendoci partecipi di storie, sensazioni, atmosfere lontane, ma capaci di toccarci nel profondo, sconvolgendo lo spazio ed il tempo, ribaltando la nostra prospettiva di vita, anche solo per pochi minuti di estasi profonda.

 

Dott.ssa Veronica Simeone
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale