Il mistero del Giovedì Santo nella cultura popolare 

Il mistero del Giovedì Santo nella cultura popolare 

I rituali pasquali, in Calabria,  recuperano un linguaggio codificato nella rappresentazione e morte di Gesù di Nazareth. Si tratta di una vera e propria ricchezza culturale da non perdere. Il sacrificio, il dolore e tutte le vicissitudini vissute dal Nazzareno vengono riprodotte, nella cultura popolare, attraverso una narrativa epica sostenuta da  momenti scenici, che divengono espressività di una visione diretta e partecipata dell’evento storico rivissuto nella sacralità della Settimana Santa. 

In questo senso, i canti, le orazioni, i proverbi  divengono una sorta  di interpretazione, lettura dei  Vangeli da parte del popolo:

Matina di Jovi e Santu

la Madonna si misi lu mantu,

iva ciangendu cu gran doluri 

chi moriu Nostru Signori.

La narrazione del canto prosegue con l’informazione data a Maria da un passante, che la invita a desistere dalla ricerca, in quanto si stanno preparando catene e chiodi pe perciari la carni e l’ossa di lu Signuri. Lo strazio di questa povera madre viene ripreso in questi versi di San Pantaleone  (Rc):

Quando Maria ntisi la novella

catti tri voti cu la facci nterra

Scurau lu suli

scurau la luna 

scurau la facci di Maria ch’era bella.

Per meglio comprendere questo periodo sacro, è necessario, però, avere conoscenza dello scandire del tempo. Anche perché al tempo di Gesù Cristo, non abbiamo l’identità dei giorni settimanali e tanto meno la lettura delle ore  per come le intendiamo oggi. È necessario capire che i giorni della settimana, altro non sono che la ripresa dei pianeti: il lunedì si richiama alla luna, il martedì a Marte, il mercoledì a mercurio, il giovedì a  Giove, che occupa il posto centrale fa gli astri che ruotano intorno al sole, identificato dalla cultura popolare come il Dio stesso. Giove che ha dato il nome a questo giorno di mezzo della settimana, gli antichi lo consideravano come il grande benefattore.  Sotto la sua influenza si svilupperanno, in seguito,  la medicina e la giurisprudenza. In modo particolare, si vuole che questo pianeta veglia per una buona funzionalità della circolazione sanguigna e sul fegato. Giove si incarna nell’ora crepuscolare, quando tutto deve ritornare alla quiete, mentre nella storia dei tempi, come dicono i versi recuperati nell’area Nicotera-Joppolo:

U jovi Santu s’asau nu lamentu

Maria asau na vuci

Di lacrimi e di sangu

Vagnau la cruci.

La lettura del tempo, quindi, è qualcosa di più moderno, risale al 1500, quando Papa Gregorio XIII introdurrà il calendario secondo la visione attuale, ed in seguito, Pio IX, suddividerà il giorno nelle ventiquattro ore a partire dalla mezzanotte. Al tempo di Gesù, le stagioni erano interpretate secondo i linguaggi della natura,  il giorno era calcolato dal sorgere del sole al suo tramonto. Lo stesso Gesù nel momento della  Sua cattura, al tentativo di Pietro di volerne prendere le difese, non si parlerà di orari o del momento della giornata, ma Cristo rivolgendosi a Pietro gli dirà:

in verità ti dico, che prima che il gallo canti tre volte

tu mi tradirai.

La data, come la intendiamo oggi, sarà introdotta nel XIII secolo. Interessante a questo punto – come semplice nota culturale – è sapere che il nostro calendario, che ha influenzato tutte le nazioni – che passa come calendario gregoriano, in realtà fu pensato, studiato e proposto dal  frate cappuccino Giovanni Lilio di Cosenza, che partendo dal numero aureo, che coincide con  i giorno della Pasqua di Resurrezione,   ha calcolato lo scorrere dei giorni. Papa Gregorio XIII, ha predisposto il calcolo del numero aureo fino al 2100, poi sarà il Papa che ci sarà in quell’anno che dovrà ricalcolare il numero aureo, per ristabilire la cadenza delle settimane e dei giorni.

Il Giovedì Santo è caratterizzato, nella tradizione popolare, da diversi momenti che ne instaurano il reale rapporto tra il tempo sacro. I Tremiti, il linguaggio del sangue, le processioni, i sepolcri, il rito dell’Ultima Cena scandiranno questo primo giorno di dolore.

L’ufficio liturgico delle Tremiti in passato si celebrava proprio nella giornata del giovedì. Esso consisteva nel canto delle lamentazioni dei salmi del Triduo sacro. Ad ogni chiusura di un salmo veniva spenta una candela accesa sul candelabro a sette braccia. Quando, alla fine, il sacerdote chiudeva il messale, questo era il segno che Cristo era morto. In chiesa venivano spente le luci e forti rumori simulavano il terremoto. Si tratta di un rito pre-cristiano, che veniva celebrato in occasione dell’equinozio di primavera. Qualcuno legge ed interpreta questo momento, come una sorta di punizione verso gli Ebrei, mentre la cultura classica legge in tale circostanza  l’allontanamento degli spiriti malvagi.Fino all’epoca carolingia, nella giornata del Giovedì Santo si celebravano due messe: una per la fine della quaresima e l’altra per l’inizio del Triduo Pasquale, successivamente si optò per una unica messa, quella in Coene Domini.

In tutta la Calabria, quindi, il Giovedì  Santo è il giorno della rievocazione dell’Ultima Cena, per poi dare spazio alle processioni dei misteri. 

Dodici persone impersonano gli Apostoli e, al canto del TECO, si siedono alla mensa. Il sacerdote che impersona il Cristo procede alla lavanda dei piedi con un piccolo fascio di rosmarino ed altre erbe profumate e consegna loro un bicchiere di vino e una corolla dei pane. A Giuda ne toccano due. Il pane della cena – nella tradizione popolare assume anche un linguaggio apotropaico. In passato la gente lo conservava nelle case e nelle giornate di forte tempesta lo buttava sui tetti a protezione della casa e dei suoi abitanti. Ad  Amantea, gli Apostoli sono impersonati da dodici marinai. A Maierato vi sono le portatrici del pane, del vino e dell’agnello. Si realizza la processione al sacro altare delle vergini di chiara origine greca. A Filogaso, il momento dell’Ultima Cena è puntualizzato anche di un canto che richiama il tradimento di Giuda. Pochissime contrade calabrese hanno una simile narrazione. Eccone  alcuni versi:

Guardati chi fu Juda tradituri

a Cristu nci vindiu pe li dinari

e quando Cristu all’uotu nci ndi jiu

Juda a li farisei lu cunzignau.

Ma il Giovedì Santo è anche il giorno della preparazione degli altari della reposizione, impropriamente detti SEPOLCRI, ovvero il luogo dove fu posto il corpo di cristo, che i versi popolari sottolineano con i seguenti versi:

custodia chi fai carciaru d’amuri

joch’intra teni ricchi ssi tesori

joch’intra nc’è lu Patri Redentori

servi pe’ cibu e sustanza di cori.

Il sepolcro viene addobbato con dei piatti germinati di chicchi di grano, ceci e altri cereali e legumi. Prepararli era compito delle donne, che una volta posti i semi scelti, li facevano germogliare al buio – di solito dentro delle casse di legno o nte stipi, affinché dessero steli candidi. Questi piatti, erano visti e sentiti dalla gente che li offriva al sepolcro, come atto votivo. La bellezza della diversità dei colori presentava una sorta di sepolcro-giardino dal colore bianco e giallo.

Di grande intensità a proposito i versi di Maroniti di Joppolo nella provincia di Vibo Valentia:

Sepurcu di lu santu giovedì

Sepurcu fattu di quarant’ottu uri

Jocu  vicinu nci sta Maria

Chi notti e jornu 

Ciangi cu doluri.

Ma da dove proviene questa tradizione ancora presente quasi in tutte le chiese di Calabria?

Questi si richiamano agli orti di Adone (Adonidos Chepoi) a cui le donne fenicie e greche offrivano gli steli germogliati come simbolo della vita che rinasce. Tali offerte votive venivano poste ai piedi di Adone nella festa commemorativa della morte e resurrezione  della divinità, intesa come mito solare. 

Il sepolcro è il luogo dove veniva posta l’ostia consacrata (Eucaristia). In questo momento tutti gli altri altari della chiesa sono spogli. Il tabernacolo viene chiuso con la chiave e in diversi paesi di Calabria, la chiave viene consegnata e messa al collo, a modo di collana, ad un bambino/a ammalato/a per la cui guarigione i familiari hanno chiesto la grazia. La chiave detta dell’Alleluja verrà restituita al sacerdote nel giorno della Resurrezione dopo il gloria con una offerta da parte della famiglia che l’aveva tenuta fino ad allora.

Adesso tutta la gente calabra si stringe nel lutto santo.  Inizia la visita ai sepolcri – nella tradizione popolare – bisogna visitarne almeno tre per rievocare la Santissima Trinità; in alcuni paesi almeno cinque in ricordo delle cinque piaghe di Gesù; in altri almeno sette per rivivere i setti dolori sella Santa Vergine. 

Prof. Pino Cinquegrana Antropologo