Il mercato dell’arte contemporanea

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L’arte contemporanea si vende bene. Ormai tutti gli osservatori sono d’accordo su questa affermazione, mentre prima c’erano delle forti osservazioni che la negavano, avanzando la tesi del primato assoluto dell’antico. Si trattava di una posizione negazionista nei confronti del nostro tempo, considerato, ormai, incapace di fare arte, nei confronti di uno stile, di una qualità dell’antico; sembrava che l’antico fosse riservato ai colti e agli incliti, mentre al contemporaneo, potevano essere riservati gli sberleffi e l’ironia di tanti antichisti o l’attenzione dei nuovi arrivati, impossibilitati a comprarsi l’antico. L’arte contemporanea, considerata un ghetto per ritardati, dove di volta in volta si sono esibiti Van Gogh, Cèzanne, Boccioni, Scipione e via dicendo. Parlando qualche tempo fa con il direttore di una bella testata giornalistica di provincia, sentivo che le mie parole, rimbalzavano come palle da ping pong e non scalfivano la sua convinzione, che tutto, anche i minori di minori, fino all’ottocento, valessero meglio di sperimentatori. Ma, il tempo corre in fretta ed oggi, quello stesso direttore, si diverte a saperne una più di me, nel vasto mondo dell’arte che tutti i giorni appare da città grandi e piccole, riversandosi su mercanti, galleristi, collezionisti, critici; come dire, i gusti possono anche cambiare in fretta, si cambia il sistema delle convenienze.

Trovare sul mercato, un pezzo antico di grande valore è sempre più raro e quindi si comprano, sempre più, opere fortemente restaurate, oppure di valore marginale, a cui vengono necessariamente date valutazioni esorbitanti, eccessive. Questo comporta e sta comportando, sempre più, una fuga dei maggiori acquirenti verso l’arte contemporanea, dove l’offerta è molto ampia in tutte le direzioni, corroborata dalla convinzione, ormai consolidata, che non solo l’impressionismo e le avanguardie storiche, ma anche tutto il resto di una produzione, infinita, che arriva ai giorni nostri, può essere oggetto d’investimento e può essere un bene rifugio nei momenti di crisi dei mercati mobiliari e immobiliari. L’arte contemporanea ha acquisito un suo prestigio, che si traduce in una infusione di valore, sia per quelli che hanno acquistato lo statuto di grandi maestri che per i giovani che percorrono i primi tratti di strada.

Mi sono occupato più volte del sistema dell’arte e dell’andamento delle quotazioni, in continuo rialzo, per dire che è stato oltrepassato il punto di non ritorno e nessuno più pensa di trovarsi davanti ad un bluff, quando si misura con un’opera di Daniel Spoerri, che mette in teca i resti di una tavola imbandita, con piatti sporchi, posate sparse qua e là, mozziconi di sigarette dentro i bicchieri vuoti, così come s’è spenta ogni eco ridanciana nei confronti dell’ormai storica merda d’artista di Piero Manzoni, oggi consacrata come una delle opere di più alto senso morale ed etico di tutto il novecento, legittimando, così, tutta una escursione di poetiche e materiali che spaziano da un apparente tradizionalismo nobiliare ad un altrettanto apparente sperimentalismo deteriore. Nel dire questo, occorre registrare un grande mutamento di cultura e di senso comune, un grande mutamento di linguaggio, di cui l’arte contemporanea è un grande termometro, un momento conflittuale di frontiera. Sul mercato del contemporaneo si trovano ancora i grandi capolavori e i grandi maestri, cioè tutti quelli che abbiamo imparato a definire e apprezzare come tali, mettendo insieme il gusto dell’originale, quindi il valore del locale con il gusto del trasversale, quindi il valore del transnazionale.

Le collezioni d’arte contemporanea sono come panieri d’investimento finanziario, sono piene di cose diverse che corrispondono a gradi di rischio diversi, prevedendo che qualcuno degli investimenti possa andare male, ma non tutto può andare male, anche perchè non è mai successo. Puntare sui maestri del novecento è certamente un modo di cautelarsi e, per quanto riguarda l’Italia, i nomi sono quelli di Lucio Fontana, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Carla Accardi, Emilio Vedova, Giulio Turcato, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini, Giuseppe Capogrossi, Piero Gilardi; i nomi le cui quotazioni sono in continuo rialzo e la cui statura è confermata dai mercati internazionali. Su questi nomi, a cui se ne possono aggiungere altri, Schifano, Kounellis, Cucchi, De Dominicis, le cui opere, con sapiente strategia, appaiono sul mercato in maniera centellinata, tanto da lasciare in bocca il gusto di un forte desiderio, costituiscono una seconda linea, in parte anagrafica, in parte culturale che incalza sempre più, con grande voglia di prendere il potere e sono l’avanguardia di un universo giovanile che appare, quasi d’improvviso, ingrossandosi ad ogni stagione con grande professionalità, con grande rigorosità, senza il “garibaldismo” delle generazioni precedenti.

Il mercato dei giovani, le cui quotazioni sono calcolate con grande acume e puntualità si è dimostrato affidabile, capace di proporre nomi di lunga durata, avendo già scremato i cosiddetti dilettanti, quelli che partono in quarta, come si diceva una volta, ma improvvisamente abbandonano il mercato, creando sconcerto e disgusto; è nata una fidelizzazione del nuovo, che è molto importante, perchè mette in linea il mercato dell’arte contemporanea con la generalità del mercato, aumentandone valore e credibilità.

 

Prof. Pasquale Lettieri
Critico e storico dell’arte