Il ballo di fuoco nella tradizione popolare a Filogaso di Calabria

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Il ballo d’u ciucciu (la danza dell’asino) o d’u cameju (del cammello) richiamano linguaggi multipli della tradizione calabrese  che diventano atto votivo, danza purificatrice, danza liberatrice meglio nota come la taranta. Tra sacro e profano  molte feste religiose dedicate alla Madonna, a san Rocco, a san Francesco di Paola un uomo si carica di una struttura a forma di asino fatto di canne e cartapesta con ben collegati fuochi che partendo dalla bocca – quasi un drago – si propagano per tutto il corpo fino a chiudere con il giro vorticoso della coda. Quasi una mezz’ora di mimica e danza figurativa  che diventa teatralità scenica  di richiamo all’antico balz tedesco in cui l’animale, con le stesse movenze, e però un fagiano. Una danza estenuante di ringraziamento o per la richiesta di una buona annata agricola quanto di una guarigione nel corpo e nello spirito che l’uomo-asino esegue  con passi ritmici, e gesti  che ad una attenta lettura diventano persino  filosofica dell’arte comunicativa.  Mimica e  danza pur essendo cose diversissime hanno tali punti di contatto, e in pratica tanto s’accompagnano, assimilano e si compenetrano . Il fuoco aumenta fino ad accecare i presenti e il danzatore dell’animale  comincia a fare qualche salto in varie direzioni e anche con giri su se stesso.  Il ballo di san Giovanni, il ballo di san Vito e i diversi balli processionali ieri come oggi si intrecciano per ringraziare gli dei di ieri quanto i santi di oggi, in segno di gratitudine e di pietà verso il nume adorato. Che il ballo possa essere una delle parti essenziali del culto, non fa meraviglia, se si pensa, che il sentimento religioso, specialmente nei popoli primitivi per manifestarsi ha bisogno di segni solenni, che esprimano in modo immediato quel l’indefinita esaltazione, che l’accompagna, e che servano a mantenerlo acceso. quindi naturale, che la danza, che un segno straordinario di spiriti concitati, mantiene ancora  una parte importante dei riti religiosi nei diversi paesi di Calabria e ancor più nel vibonese: di grande impatto a Filogaso in occasione della festa in onore di san Francesco di Paola, patrono della Calabria, dei pescatori e della gente di mare, delle tonnare e dei tonnaroti.  Mimica, fuoco, ritmo, movimenti precisi recuperano antichi comportamenti di cultura ebraica ed egiziana che nei secoli subirono numerose trasformazioni e nuove interpretazioni storico- leggendarie: come la distruzione delle coste marinare da parte dell’arrivo dei turchi.  Molti passi della Sacra Scrittura attestano che gli Ebrei ringraziavano Dio per i favori ricevuti colla danza. Vediamo le donne Ebree, dopo il passaggio del mar rosso, celebrare il lieto avvenimento della propria liberazione, e render grazie al Signore colla danza. Davide danza davanti all’arca santa in occasione del trasporto di questa dalla casa di Obedan fino a Betlemme; fatto mirabilmente scolpito dal divino poeta nei versi : precedeva al benedetto vaso, Trescando alzato, l’umile salmista, il più e nieu clic re era in quel vaso. (Dante, C. X, Purgatorio).

 

Prof. Giuseppe Cinquegrana
Antropologo