I nuovi manager dei beni culturali

- By - - In Senza categoria

Ma i beni culturali come possono diventare fonte di occupazione? In che misura la loro valorizzazione concorre alla implementazione dei sistemi economici? Due domande che mi vengono spesso rivolte, anche dagli addetti ai lavori, purtroppo.
Nella grande discussione sulla disoccupazione giovanile, specie di carattere intellettuale, spesso sprovvista di laurea, non è    mai stata al centro del dibattito la questione delle nuove professioni legate alla cultura, alla gestione di imprese culturali, in tutti i settori, soprattutto in quelli museali, galleristici espositivi, che si moltiplica sempre più e non hanno personale adatto, non potendo quindi, portar avanti i programmi di espansione o dovendo accomodare con personale improvvisato. Tanto malessere, in tutti questi luoghi è dovuto spesso all’improvvisazione, al dilettantismo, che poi si traduce in cattiva selezione delle opere,  in modesti cataloghi di basso tenore scientifico, in    allestimenti carenti e in apparati illuminotecnici che spesso sono fatti per rendere difficoltosa la visione e sfregiare seppure metaforicamente, le opere. La stagione delle mostre, in Italia, ormai dura da anni, senza interruzione e il fenomeno non accenna a placarsi, ma questo pone con forza il problema della formazione dei critici, dei conservatori, dei curatori, degli addetti stampa e alle pubbliche relazioni, i guardiani, gli accompagnatori di comitive. Bisogna studiare in modo nuovo in collegamento tra centri universitari e musei, gallerie, luoghi espositivi, per evitare i rischi di teoricismo, che rendono inutile tanta conoscenza e quelli di tecnicismo che reputano tutto ovviabile con l’esperienza. Serve lo studio teorico e l’attività di tirocinio, in modo da connettere subito l’acquisizione metodologica astratta e la concretezza del fare e del fare bene.  La museografia, così come la museologia, sono diventate due scienze in sviluppo, che attirano sempre nuove attenzioni di giovani che sentono il bisogno  di acquisire le conoscenze adatte per svolgere queste nuove professioni che a qualcuno sembrano antiche, ma che fino a poco tempo fa si    acquisivano con un artigianale apprendistato, che per anni ha dato buoni risultati, ma che ora mostra tutta la sua corda. Tanto è vero che si avvertono tutte le carenze che abbiamo posto a premessa di questo ragionamento, che rischiano di rallentare lo sviluppo di questo comparto che con l’aumentare del tempo libero e dei consumi culturali, richiederà tanti operatori a cui non si dovrà    chiedere una minore scientificità di quella che si chiede ai ricercatori delle nanotecnologie. Non bisogna  pensare che nelle cose dell’arte deve valere l’ingegno,  l’improvvisazione e basta, perché è sempre più necessario acquisire conoscenze organiche e mettere in campo prassi che già all’estero, specie negli Usa, sono già in atto e da noi, molto meno. Porre al centro del dibattito questa  questione significa voler dare al mondo dell’arte, un futuro certo in cui le discontinuità e le originalità siano dovute a personalità e psicologia, non a casualità e improvvisazione. Le università, le accademie, ma anche le stesse istituzioni museali e storico archeologiche si devono porre il problema in termini organici, utilizzando anche l’esperienza dei pionieri dei Renato Barilli, degli Achille Bonito Oliva, dei Germano Celant, dei Gillo Dorfles, dei Philippe Daverio, artefici di una grande stagione, irripetibile, indipendentemente dalle loro diversità e dall’essere storici o “contemporaneisti”. Mi sembra  necessario non lasciarsi sfuggire l’occasione d’oro d’avere avuto una squadra di critici che è equivalente a ciò che sono stati i Valentino, Versace, Ferrè, Armani, Missoni, Balestra nel campo della moda. Un momento in cui la storia produce, in maniera rivoluzionaria, dei protagonisti che tracciano una strada che prima non c’era, questi fondano stili e modelli di vita, ma difficilmente hanno eredi diretti, anche perché sono dei solisti che creano le regole con il loro comportamento ma non le tollerano, per cui, affinché non si disperda un patrimonio è necessario che si moltiplichino le offerte che ad oggi sono molto limitate.
C’è in sostanza, una base su cui fare leva per stabilizzare un settore che comincia ad essere pesante anche in termini di Pil ed è possibile di    incrementi, non automatici, ma relativi al grado di internazionalizzazione che riescono ad avere. Tutto questo ha bisogno di stati maggiori che abbiano capacità e volontà, ma anche orizzonte disciplinare, visioni gestionali e la capacità di compiere scelte strategiche, quelle che oggi fanno riempire di visitatori (per fortuna anche giovani) le grandi capitali italiane dell’arte: Firenze, Napoli, Bologna, Roma, Genova, Venezia, seguono a ruota Palermo, Matera, Catanzaro, Verona, con in testa Milano, avanguardia della contemporaneità, soprattutto per la moda e il design.

 

Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte