Giulio De Mitri. La reinvenzione luminosa del segno

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La mostra “Theorema” in vetrina al Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari è un’occasione per rintracciare la sostanza poetica delle sperimentazioni radicali e raffinate di Giulio De Mitri. Un alfabeto articolato, costituito da forme geometriche fatte di luce, un’attenta ricerca che spazia tra minimalismo mediterraneo, arte sociale e light art, in grado di evocare i grandi temi esistenziali e rappresenta la cifra espressiva di un artista tra i più significativi della sua generazione. In “Percezioni cosmiche I e II”, “Spazi sacrali”, “Genesi” e “Paesaggi dell’anima”, Giulio De Mitri svela il rapporto tra elemento architettonico e luce. In queste opere la manipolazione spazio-luce avviene in maniera minima, ma già molto efficace e sapientemente calibrata. Si affronta il tema del rapporto con la parete in pochi gesti. Cerchi, quadrati, rettangoli e triangoli: si sperimenta con la scomposizione e ricomposizione di moduli, scoprendo le potenzialità dello spazio architettonico come materia di progetto.

Proprio nella mostra di Bari ogni installazione trova una precisa collocazione in relazione all’elemento architettonico, opere site-specific curate da De Mitri, spazi dove l’artista ha raggiunto un alto grado di complessità nella composizione della forma. Nella sua quarantennale ricerca l’artista abbandona gli strumenti tradizionali del creare, adottando la luminosità e l’installazione come cifra caratteristica del proprio lavoro, e scegliendo la luce come soggetto esclusivo di tutta la sua traiettoria espressiva, di ogni suo progetto e di ogni suo singolo ambiente. De Mitri, nella sua complessa analisi dei rapporti tra il realismo ordinamentale del pensiero e la spazialità libera del pensiero, nell’esigenza radicata, di doversi dare delle risposte agli enigmi della vita e della morte, con in mezzo un’escursività di risposte, che vanno, da un lato, dalla magia all’occultismo e dall’altro, dalla ragione alla scienza, con in mezzo la poeticità delle immagini, che tutte vengono poi a riversarsi in una convergenza, che in questo senso, è umana profondamente umana e tanto umana da fantasticare il divino e con esso interloquire, nei termini che ci sono stati impacchettati dalla storia delle varie religioni, delle varie civiltà e delle varie forme di ragione, riparte dal concetto di responsabilità e di reciprocità, con l’aggiunta di un’etica forte, per salvarsi dalla rovina, nella perenne condizione di incertezza che ci aspetta, tra inquietudini e turbamenti, di un epoca, in bilico, tra il passato da chiudere e il futuro da costruire, mentre tra le querelles dei post storicisti e dei neo illuministi, resta sospeso il presente, l’alito di vita appena avvertibile, quello delle sue opere qui, ora.

Da tutte queste convergenze e divergenze emerge il dato fondante della memoria, sorta come fattore individuale e collettivo, basato sulla coscienza, che diventa esperienza e accumulo di scienze e dottrine, da cui emergono i profili delle civiltà e delle loro differenze, perché sono queste, quelle che contano e che connotano il profilo delle filosofie, delle architetture, delle arti, perché altrimenti tutto sarebbe indifferenziato e privo di interesse, raccolto in una nebulosa, da cui non sarebbe stato necessario distaccarsi, né utile identificarsi. Dalle valenze di queste considerazioni, nasce l’arte di Giulio De Mitri fatta di alchimia, miti, leggende, storie e storia, come sconfinamenti dal sé, come esodi in terre ignote, per tornare più ricchi e più coscienti, nel sapere cosa è accaduto, come è accaduto, perché è accaduto, senza la cui consapevolezza, tutto appare non solo enigmatico, ma senza senso, come caos da caos da cui non si può cavare alcun cosmos.

Pasquale Lettieri