Ernando Venanzi: Maestro del colore

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L’apparizione, come autentica epifania, della pittura di Ernando Venanzi, che porta con sé il genius della propria identità, ma è disposta a scambiarla per simboli e immagini d’un lungo cammino fatto nella diversità e nella disseminazione, fa dell’artista un elemento di assoluta discontinuità a partire dalla pittura, chiamata non ad essere nuovo oltre e nuovo altro, ma a declinare la pluralità, la differenza, l’individualità. Una verifica dei poteri di un’avventura nell’immaginario, che non si nega niente, mentre fa continue affermazioni sul colore, sull’icona e sull’emozione, affidando al saper vedere, un compito mediatico, che è quello di far vedere, nella fisica dell’immediatezza, i traumi e le apoteosi del pensiero, dell’immaginario.
Venanzi è pittore dalle ingannevoli sensuali narrazioni del tramonto, attratto dalle giganteggianti solitudini del mare, immerso nei bagni angelicati d’azzurro e rosso, tra le mitiche divinità del poema epico, del rosso pompeiano e dei filtri magici, sospeso, tra le tracce dell’occasum archeologico e la necessità di uscire dalla bidimensionalità con alfabeti cromatici sublimi: tutto tra un’arcadia mediterranea e un pandemonio di segni sintetici.

La specificità di questo panottico è data da una pittura come dinamica incessante, che non è movimento direzionale in senso classico, ma un continuo scuotimento della psicologia, della sensibilità e dei sentimenti. Tutto questo, senza badare al consensum gentium, perché Venanzi è molto più attento al proprio punto di vista, alla propria poesia e ai propri idola, che corrispondono allo stile dell’artista e che esprimono la fantasia e la fascinazione, di un incessante viaggio che prima d’essere del corpo è della mente. La scelta cromatica compiuta dall’autore è fatta di rarità, di interpretazioni aristocratiche e sottili, anche quando i rimandi possono fare pensare ad una appartenenza romantica e sdolcinata. Il riferimento alla modernità è eccellente, irrefrenabile è confacente alla sua psicologia di seduttore e dissipatore, caratteri propri della pittura impressionista. Siamo, così, nel pieno della sua luminosa avventura che lo conduce a ritrovare il paesaggio, sempre sfavillante di colore, a raccontare delle storie, ad incontrare visioni segniche, che diventano metafore del suo disincantato incantato. Il maestro affronta le grandi stesure di un involontario, ma forse non tanto, capaci di un grande effetto di trascinamento, emotivo anche; una chimica imprendibile dai mediocri e dagli ordinari. Venanzi sa descrivere il movimento della sua scansione invisibile, a cui riesce a dare corpo e vivacità, disposizione mentale, che lo rende adatto, naturalmente, all’incontro con altre dimensioni, quelle metastoriche e monocromatiche dei suoi cieli eroici ed erotici. Opere ricche di pathos, il pathos della materia pittorica che si fa prestanza organica. Ma anche pregne di teatrante stupore per il colpo di scena, che in ogni quadro è dato dall’emozionalità del momento, dalla gioia o dalla disposizione nel dipingere.

 

 

 

 

 

 

Pasquale Lettieri