Carlo III di Borbone re di Napoli e della Sicilia: Un sovrano tra i sudditi

- By - - In Senza categoria

Deliciae Regis, felicitas populi.

[Carlo III di Borbone]

 

 

 

La Calabria del XVIII secolo è una terra amministrata con mentalità di colonizzatori. L’Europa finisce a Napoli – scriverà più tardi (1801) Creuzé DE Lesser – e vi finisce male; la Calabria e la Sicilia, tutto il resto è dell’Africa. C’è da dire che già dal 1500, questa regione ai confini lontani dell’area mitteleuropea attraversava un periodo di profonda decadenza, tanto da essere esclusa dalla vita politica ed economica del resto d’Italia. Priva di scambi commerciali e culturali, la Calabria soggiaceva ad inique tasse e angherie feudali: il diritto dei passi sarà abolito nel 1792. La dominazione degli Asburgo (1707-1734), succedutosi agli spagnoli, non determinò sostanziali modifiche di vita politica ed economica-sociale. Con l’avvento di Carlo III, si assiste alla comparsa dell’elemento borghese, una revisione dominante di un sistema feudale mascherato del nuovo che avanza.A soli 18 anni salirà al trono del Regno delle Due Sicilie, prima di lui governato da Carlo VI. Sotto l’impulso delle idee illuministiche e  concluse le guerre di successione dell’Austria e della Polonia, Carlo III usò la corona per dare al Regno di Napoli splendore e grandezza sociale, politica ed economica. Un Re sinceramente cattolico, devoto alla moglie, di vita sobria, Carlo fu esperto di arte, dedito più al prestigio del Regno che ai propri interessi; il suo punto debole era la passione per i divertimenti (caccia, musica, ballo), che lo spingevano ad occuparsi poco del governo dello Stato. In lui si sposarono felicemente gl’interessi dinastici dei Borbone e quelli popolari della “nazione napoletana”, nella prospettiva di restaurare l’antica monarchia dell’Italia meridionale, rifacendosi a quella normanna e sveva dell’epoca medioevale.

Egli si rese subito conto che le maggiori oppressioni che pesavano sulla regione erano quelle ecclesiastiche che possedevano carceri ed emanavano sentenze, e quella feudale. Su una popolazione complessiva di circa mezzo milione di abitanti, Carlo III rinvenne 10.000 preti, 3.500 tra monaci e monache, 4000 tra chiese e luoghi pii, 150 baroni. Il sovrano sul consiglio del marchese Bernardo Tanucci, suo fidatissimo consigliere, – docente di giurisprudenza all’Università di Pisa, riaffermò l’autorità del Corano difronte alla Chiesa. Al fine di sottrarre autorità ai baroni e di allontanarli dai latifondi, impose loro la residenza presso la Corte Regia e liberalizzò la vendita della seta e delle derrate.

Sovrano illuminato, si circondava di intellettuali, artisti e uomini politici come  Antonio Genovese (fondatore della prima  Cattedra al mondo di Economia Politica), Gaetano Filangieri(giurista e filosofo, suo zio era l’Arcivescovo Serafino Filangieri) espressione del costituzionalismo moderno, Francescantonio Grimaldi (giurista e filosofo, esponente dell’Illuminismo italiano. Suo padre, il marchese Pio Grimaldi, era di Seminara), quanto per citarne alcuni. All’Università di Napoli restituì il Palazzo degli Studi, rappresentato allora dal Museo Nazionale. Napoli diventa una delle città/laboratorio di idee illuministe d’Europa.

Nel campo militare diede vita al  Corpo di Fanteria Marina e della  Flotta da Guerra, primo nucleo della Real Marina (1735). Lotterà con forza l’ignoranza e la superstizione e rilancia l’idea che le società crescono e si nobilitano  attraverso l’arte e la cultura e avvia una sorta di politica ambientale per la tutela del patrimonio naturale: a lui si devono gli scavi di Ercolano affidati all’archeologo calabrese Nicolò Venuti, gli scavi di Pompei, fa realizzare il Teatro di san Carlo, la Regia di Capodimonte e quella di Caserta, affidata a Luigi Vanvitelli il cui allievo prediletto periziò, dopo i danni del terremoto del 1783, le chiese e i palazzi in diverse paesi della Calabria, Monterosso compreso. Fondò L’Accademia delle Belli Arti, fece costruire la Biblioteca di Messina e di Catania (1755) e istituì l’Accademia medica di Palermo, fece restaurare tutti i monumenti di Taormina e,  per sentirsi vicino ai suoi sudditi,  imparò la parlata napoletana che uso tra la gente e a corte. Amava portare al dito un anello ritrovato negli scavi di Pompei per rimarcare l’appartenenza al suo Regno. Anello che si tolse e restituì a Napoli quando nel 1759 fu chiamato alla governare la Spagna.

In 25 anni di governo la sua attenzione fu quella di dare al Regno il massimo splendore – quale degno nipote di Luigi XIV, il re sole – così anche nella marineria, comprese il valore del Mediterrano e darà il grande impulso per fare sviluppare i territori costieri: concepì il trattato giuridico  De Nautis et Portubus,  una serie di prammatiche che sancivano, per la prima volta, norme e regolamenti relative alla costruzione dei bastimenti, ai diritti e doveri degli equipaggi, all’obbligo della bandiera.  Il Regno di Napoli in poco tempo aveva riacquistato quell’indipendenza territoriale che aveva conosciuto durante il periodo Normanno-Svevo.

Salito al trono, volle subito conoscere le terre che lo formavano e la gente che lo abitava, occasione che ebbe durante il suo viaggio verso Palermo per prendere la corona di Sicilia. Nel gennaio del 1735, pertanto era già a Catanzaro, dove rimase quattro giorni per le cattive condizioni del tempo; proseguì per Maida dove fece anche una sosta per dedicarsi ad una giornata di Caccia che lo portò insieme ai suoi accompagnatori: I marchesi Leo Carafa, Emanuele Bonavia, Bernardo Tanucci e il Di Sales nelle tenute monterossine dove ebbe modo di mangiare in una taverna del luogo e concedere un privilegio ad un povero suddito: il massaro Giuseppe Schipeci, che pare  avesse chiesto al Re l’autorizzazione a costruire una colonna in mattoni con sopra una croce. Richiesta immediatamente accolta da sovrano  proibendo al Duca Pignatelli di intervenire negativamente.

Fu molto amico del pittore monteleonese Lorenzo Rubino che ebbe l’incarico di fare il suo ritratto.

Era da Carlo V– scrivono le cronache – che la regione veniva governata da sovrani lontani. Con Carlo III il popolo lo poteva persino avvicinare direttamente al solo gesto dell’alzata di mano durante il suo passaggio.  Istituì il Consiglio di Stato – oggi diremmo – raggruppò i vari ministeri: di Grazia e Giustizia, Affari Interni ed Esteri, della Guerra e della Marina, delle Finanze, dei Beni della Corona, delle Poste e degli Spettacoli. Limitò la giurisdizione a nobili ed ecclesiastici (mandò via i Gesuiti)  e ridette prestigio alla Magistratura con uomini preparati e onesti. Contro la pirateria, firmo il trattato di pace con il Sultano di Gerusalemme.

Per un equo pagamento delle tasse, diede incarico alla Camera della Sommaria per la realizzazione di un catasto generale delle esatte consistenze patrimoniali, abolendo l’odiosa tassa sul focatico, trovando non poche ostilità da parte della nobiltà (i catasti Onciari alla fine risulteranno inesatti e fortemente ridotti). Fece realizzare il celebre Albergo dei Poveri, opera sociale più avanza rispetto alle assistenze nella evoluta Europa. Oneste realizzazioni e tentativi, tutto questo, per porre rimedio a tanto disordine, seppure non ebbe molta tenacia contro l’ostruzionismo feudale, probabilmente il tempo fu poco e le problematiche erano molte. Ecco cosa annota lo stesso Carlo III: in questa regione  gli atti più indegni sono considerati normali. Nel 1759, come dicevamo rientrerà a Madrid a sedere sul trono di Spagna dove morirà all’età di 72 anni.

Prof. Cinquegrana
Antropologo