Anselm Kiefer: Il canto delle macerie

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Gli Ambasciatori Umberto e Marinella Di Capua, lo stilista Pierre Prandini e il critico d’arte Pasquale Lettieri

 

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere

degli Angeli? E se anche un Angelo ad un tratto

mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte

mi farebbe morire. Perché il bello non è

che il tremendo al suo inizio

 

Era il 2004 quando all’HangarBicocca di Milano veniva installata per la prima volta l’opera monumentale I sette palazzi celesti. Undici anni fa l’artista tedesco Anselm Kiefer completava quest’installazione appositamente per l’Italia. I sette palazzi celesti sono i palazzi narrati nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot, risalente al IV-V secolo d.C., dove si narra il simbolico cammino d’iniziazione spirituale di colui che vuole avvicinarsi al divino. Sette torri in cemento armato per riattraversare temi cari al percorso artistico di Kiefer: la storia delle religioni, le rovine dell’Occidente, i nuovi orizzonti di senso dopo la Seconda Guerra Mondiale e la riflessione sulla memoria. Cinque dipinti completano l’installazione. Cinque opere che riprendono la sua visione di una natura disperata e ferita con cui Kiefer ha ripensato il concetto di bellezza lungo il suo percorso artistico.

Le tele richiamano infatti alcuni temi già presenti ne I Sette Palazzi Celesti – le grandi costruzioni architettoniche del passato come tentativo dell’uomo di ascendere al divino e le costellazioni rappresentate attraverso la numerazione astronomica – e aggiungono inoltre alcune riflessioni centrali nella poetica dell’artista, quali la relazione tra uomo e natura, i riferimenti alla storia del pensiero e della filosofia occidentale. Artista pluricelebrato, eppure ancora poco conosciuto dal grande pubblico italiano, Anselm Kiefer rappresenta uno degli ultimi grandi artisti contemporanei.

Capace di coniugare la concettualità dell’arte contemporanea insieme ad una grande qualità tecnica. Inizia la sua carriera artistica negli anni 70, con una serie di fotografie che lo ritraggono con la divisa da ufficiale della Wehrmacht intento a fare il saluto nazista in luoghi di rilievo storico e mitologico della Germania. Né sterile provocazione, né antisemitismo, come pur qualcuno ha voluto vedere. Solamente la necessità di un popolo di fare i conti con la propria storia, consapevole che l’identità non si costruisce attraverso la rimozione della memoria. Così Kiefer, nato nel 1945 e cresciuto tra le macerie della guerra, tentò provocatoriamente di rompere il silenzio sui crimini di quel passato prossimo che ha lungamente pesato sulla crescita spirituale del popolo tedesco. Sono anche gli anni di formazione nello studio di Peter Dreher e, poi, trasferitosi a Karlsruhe, dell’apprendistato con il pittore Horst Antes.

L’incontro con l’eccentrico Joseph Beuys, nel 1970, lo porta ad arricchire il suo immaginario artistico di temi storici, filosofici, religiosi e mitologici. Di lì a poco, nel nuovo studio a Ornbach, avrebbe cominciato il ciclo pittorico intitolato Deutschlands Geisteshelden (Germania Eroica, 1973). Dall’Olocausto al disagio della modernità, intessendo le sue opere di riferimenti alle tradizioni mistiche, Kiefer ha inteso il suo lavoro come la ricerca di una “mitologia delle immagini” del mondo contemporaneo, nel tentativo di riuscire a “dire”, a raffigurare, le ombre del secolo scorso; in altri termini, il tentativo, tramite l’arte, di costruire un senso all’interno di una Storia vista come luogo il cui fondo è insensato e abissale. “La storia è argilla che si plasma con le mani. Il mio lavoro è continuare i miti: loro esistono e io li continuo. Ciascuno dà forma alla sua storia e ha la sua interpretazione”. Come una risposta alla celebre affermazione adorniana dell’impossibilità di fare arte dopo Auschwitz, sulla scia del poeta rumeno Paul Celan che aveva invece rivendicato con forza la necessità di cantare l’orrore dell’Olocausto. Non a caso un ciclo di opere (I tuoi capelli di cenere, Sulamith e I tuoi capelli d’oro, Margarethe entrambi 1981) è tratto e ispirato proprio ai versi della Todesfuge di Celan. Un’arte politica, se si vuole, ma in un senso ampio e non banale come spesso risulta in certa arte concettuale odierna, la quale si illude di provocare cambiamenti sociali sotto la patina di arte impegnata, in realtà qualitativamente pessima, priva di immaginario artistico, la cui qualifica di “arte” è data solo dal contesto, leggasi il museo o il mercato. Come scrisse Robert Hughes ne La cultura del piagnisteo(1994): «quest’arte consiste essenzialmente nel prendere un’idea ineccepibile nella sua ovvietà – “il razzismo è un male”, o “a New York non dovrebbero esserci migliaia di barboni e di matti per le strade” – e poi darle una cifra così inintellegibile che lo spettatore, quando è riuscito a ritradurla, sente l’orgoglio di partecipare a ciò che chiamiamo il discorso del mondo artistico. […] L’etica del buon lavoro artigiano è largamente svanita: sicché l’inettitudine artistica schiaffata nel contesto del museo acquista una sorta di funzione critica. […]. Negli ultimi anni l’Europa ha prodotto [solo] qualche artista di valore, per complessità e forza di immaginazione, la cui opera si potrebbe chiamare politica: per esempio Anselm Kiefer…».

Non si può evitare la bellezza in un’opera d’arte, dice Kiefer. Come se la bellezza non avesse a che fare solamente con l’edificante armonia; ma anzi potesse appartenere al caos, al negativo di cui è intessuta l’esistenza. Inevitabile, appunto, e onnipresente: nelle ferite, come nei luoghi di morte. Non ci sono, infatti, quasi mai figure umane nelle sue opere. L’umanità si è inabissata nei luoghi in cui ha operato il male, in cui si è auto-distrutta. Rimangono solo frammenti straziati. Luoghi storici, brandelli di paesaggi e nature. Su tele enormi, dipinte spesso con la tecnica dell’Impasto, a rendere denso e asfissiante il mondo rappresentato. La materia delle opere, fin dalla sua composizione, sembra ribollire. Essa esprime una sorta di dolore lirico della vita, come se gridasse attraverso il suo impasto tridimensionale fatto di colori acrilici, terra, cenere, fino ad usare oggetti e lastre di piombo. Il piombo, come dice Kiefer, è l’unico materiale in grado di “sostenere il peso della storia umana”. Un universo artistico che ricorda a tratti il pianto della natura in Antichrist di Von Trier.

Un canto delle macerie. Un invito a ripartire da quella bellezza principio del tremendo (Schrecklich) cantata da Rilke nella prima delle sue elegie duinesi. “Io credo che nei materiali, nella materia ci sia nascosto lo spirito, e l’artista, cioè ogni essere umano, ma l’artista in modo particolare, ha la capacità di evocare questo spirito, questo spirito racchiuso nella materia” (A.K.).

Pasquale Lettieri